Autore: Fabrizio Silvetti

ANCORA!

Aveva cercato quegli occhi, dietro alle montagne, oltre il passo, aveva alzato ogni sassolino alla loro ricerca. 
Un giorno intero. 
Occhi che ogni volta che  li incrociava veniva risucchiato, come se un vento fortissimo spalancasse improvvisamente la finestra e lo strappasse da lì, dove stava in piedi, guardando fuori, in attesa di quel momento.
Dentro, a quegli occhi, non c’era l’iride.
Dentro c’era un mondo magico.
In quel mondo in cui era stato trasportato trovava finalmente silenzio, e gli bastava guardare le cose perché queste, in modo autonomo, si mettessero al loro posto. 
Se guardava la libreria [ad esempio] tutti i libri che con anni di disordine erano adagiati nei luoghi più impensabili, ritornavano magicamente nel loro scaffale. Volando!
Una volta aveva visto un bambino che piangeva, senti la tenerezza più grande che un cuore potesse contenere, ma avvicinandosi si accorse che stava piangendo per il troppo ridere,  sbellicandosi dalle risate.
Cercò quegli occhi nelle persone che incontrava, le guardava fisse, da vicino, che loro si spaventavano.
C’era fatica in quel cercare, molte volte  si è inciampato correndo qua e là. Inciampando sbatteva la faccia a terra, e con la faccia piena di polvere doveva chiuderli, i suoi, negandosi la possibilità così di vedere qualunque cosa.
Oggi, in questo preciso giorno, però, non riuscì a trovarli. Quando fuori c’è buio le persone vanno a dormire, e i loro occhi li tengono chiusi.
Li cercò in continuazione, ancora, ancora.
Ancora!

NOTTE DI LUNA

La sveglia la aveva messa, ma la fermò prima che suonasse. La notte, nera come il buio quando chiudi gli occhi per la paura, era fuori, ancora tutta intera.
Cercando di non pensare a cosa lo attendeva si vestì e cercò di partire, portando con sé il necessario. Salire quella montagna aveva necessità, di attrezzatura, di desiderio.
La lampada che aveva in fronte illuminava il sentiero e gli permetteva di riconoscere i singoli sassolini, il particolare, e tralasciare tutto il resto che lo circondava, rendendo quel gioco più semplice e facile. Libero da paure. Concentrato solo sul suo respiro faticoso.
A guardarlo da lontano, dall’alto, dava l’impressione di muoversi nell’immenso ma protetto come nella pancia di una madre che, una volta messolo al mondo, lo avrebbe protetto usando i denti e le unghie, se fosse stato necessario. Anche contro la bestia ferita più feroce della foresta.
Quasi stava correndo per raggiungere l’attacco della salita. Salita che normalmente richiedeva prima una notte al campo alto, ma che lui aveva riconosciuto come un tutt’uno con la lunga giornata che lo attendeva. 
Era in fuga. 
Una fuga che non voleva spostare il suo corpo, e nemmeno era una necessità di dimenticare. Era una fuga per allontanarsi dalla terra. Lasciare indietro i dubbi, le domande di cui è fatto l’uomo.
Più veloce che poteva, perché correndo, quando il cuore è in gola, il tempo vola. Il suo cuore stava spento in discesa, si accendeva solo in salita.
Indossò ramponi, si infilò l’imbrago, vi assicurò la picozza, agganciò moschettoni e Jumar. Era solo, questo gli procurava ebrezza ed apprensione. Un misto tra felicità e paura. 
La vita. Sentiva il suo scorrere. Intensità, profondità.
Il cielo era ancora nero, l’aria fredda.
Non conosceva quella montagna, ma credo che lei invece lo cercasse da tempo. È così che succede. Con la sua malizia di femmina.
Il respiro affannoso. Un colpo di picca. La Jumar che scivola in avanti lungo la corda. Un passo. La punta del rampone che fa rumore.
Il cuore sobbalza, il respiro diventa intenso.
Quello che cercava era sentire quell’attrazione irresistibile, come se qualcuno lo aspettasse.
Là fuori trovava chi gli mancava. Chi lo aveva lasciato, chi lo aveva trovato. Con i loro tempi arrivarono anche la luce del giorno, la cima, il placarsi del respiro. Si avviò quindi a scendere, perché un cerchio non si regge finché non è chiuso.
Poi aprì gli occhi, la sveglia stava suonando.
E c’era la luna

L’insegnante

Insegnare è un mestiere da affrontare con delicatezza. Io provo a scimmiottare quello che so dovrebbe essere, tentando di fare il meglio possibile, senza troppi danni. Sbaglio, mi correggo, ritento nuovamente.

A volte mi demoralizzo. Studio, cerco entusiasmo. Cambio il punto di vista, guardo le cose con gli occhi altrui. Riprovo.

Non cerco di trasferire solo conoscenze, ma di stimolare la curiosità, per una voglia di conoscere che trascende la scuola.

Sicuramente ciò che l’insegnante è, è più importante di ciò che insegna. Essere tu l’esempio di ciò che tenti e ti aspetti da loro. Dei progetti che proponiamo in laboratorio sono io il primo ad innamorarmene, e forse questo è un modo..

L’esperienza della Khumjung Hillary School in Nepal mi ha insegnato a non dare nulla per scontato, che anche la più piccola scoperta, anche senza valore in sé, porta dentro lo stupore che può innescare la voglia di conoscere. Quella che ti accende il desiderio di capire e di riuscire.

Ma mi ha anche fatto capire che se a volte ti sembra tutto tempo perso, anche se non riesci a vedere l’efficacia del tuo sforzo, magari anche per uno studente solo, o per un attimo solo, ne è valsa la pena.

Oggi ho scalato l’Ama Dablam

È una montagna vertiginosa.
Entrarci di notte mi ha emozionato con le sue dimensioni e la sua verticalità.
La sua bellezza è urlata.
L’ho cercata per una seconda volta, ogni volta che alzi lo sguardo in Khumbu lei è sempre lì.
Difficile per le mie capacità, a tratti mi sono fatto un po’ di violenza per insistere.

Pensi che la tua felicità sia dovuta all’averla salita?
Stà lì la felicità?
No, la felicità non te la dà una montagna, devi andartela a prendere ovunque essa sia.

Questa montagna è stata forse un pretesto per essere qui, cercando strade che mi conducano attraverso sentieri fatti di lontananze, di sogni, di solitudini, di bellezza, a sentire forte le mie necessità.
Salire le montagne è un gioco che mi piace e mi fa stare bene, ma sono le persone che fanno la mia esistenza.
Sono un bimbo che cresce e la vita nuova che arriva.

Poi c’è il mio legame con questa gente.
Oggi, mentre scendevo verso il campo base, stravolto dalla stanchezza dopo questa lunga giornata, mi sono visto venire incontro un volto amico.
Era Phurbà, il kitchen boy, l’aiuto cuoco sempre disponibile al campo, che si era fatto un’ora/mezza di salita per venirmi incontro, per offrirmi Coca Cola e cibo, ed ho dovuto insistere per non dare a lui il mio zaino.
In Nepal, tra contraddizioni a volte incomprensibili, c’è un grande cuore.
Voler loro semplicemente bene, loro che per primi ti vogliono bene, non basta.
Voglio fare di più.

Finestre

Ad ogni gradino una inspirazione, al successivo una espirazione, profonde lungo la salita verso Dole, Nepal.
Il respiro lo possiamo lasciare andare al suo incedere involontario, come normalmente, nella nostra confort zone fatta di sicurezze.
Oppure, se vogliamo provare ad aumentare il passo, ad andare oltre, è necessario farlo in modo volontario, mettendoci in gioco, controllandolo e forzandolo.

Così per i sogni.
Possiamo lasciare andare la vita, attraversandola protetti da certezze acquisite, da sicurezze tangibili che accuratamente ci siamo/ci hanno costruito.
Possiamo anche mollare tutte queste mura amiche e guardare l’orizzonte che ci invita, ma che nulla può più garantire.
C’è un passo da fare senza certezza di riuscita.
C’è un respiro profondo da forzare, ad occhi chiusi.
E andare.
Si può perdere, per essere.
Si ha già perso, se non vogliamo provare.

L’amore non segue leggi diverse.
Puoi guardarlo attraverso una finestra riscoperta di ghiaccio, stringerti in una riscaldante abbraccio con te stesso, e rimanere nella confort zone.
Oppure puoi aspettare che il sole sbrini i vetri  e guardare lontano.
Ma poi devi aprire la finestra.

Il mio corpo estraneo

C’è un corpo qui con me (ed io dentro di lui), compagno di vita.. 
Da sempre condividiamo lo spazio e gli umori.
Ma non siamo la stessa cosa.
Mi serve per essere.
Siamo fatti l’uno per l’altro, non lo nego, ma sono più i tradimenti tra noi che le verità.

Io non sono il mio corpo, almeno non solo.
Passiamo il tempo insieme, dobbiamo allearci per i momenti difficili, ma le nostre strade non sono parallele.
Io desidererei essere ovunque io possa vivere ciò che immaginandolo mi fa sentire pienezza, bellezza, intensità, in un tempo unico.
Lui però non me lo permette.
Il mio corpo ha limitazioni che non accetto, nel tempo e nello spazio. Potrebbe anche smettere di vivere, interrompere questa dinamicità, ritornare chissà dove, immobile. Forse per sempre.
Come se, dopo avermi fatto percepire profondità che toccano il cuore, dicesse “scherzavo, ora basta”.

È da tempo che lo osservo e ad ogni sguardo sfugge sempre più alla mia appartenenza. 
A volte mi è capitato di percepire come se io ne fossi al di fuori.
Un involucro con i suoi meccanismi, il respirare, il battito, la digestione, ai quali non posso oppormi. Se si inceppa si ferma.
Ma non è come il meccano, che poi può ripartire.

Se si ferma muore, marcisce.

Me ne prendo cura, mi sforzo di alimentarlo nel migliore dei modi, con sacrifici, lo preparo, l’abituo al peggio perché possa difendersi, lo alleno.
Lo ascolto per poterlo aiutare.
Mi approccio a lui come fosse altro da me.
Una terza persona.

Mi guardo, ma non mi riconosco.
Osservo il mio volto da vicino, nello specchio, ma la fronte, il naso i capelli, non sono i miei. Solo la bocca e gli occhi hanno una vaga somiglianza con me. Ma non gli occhi e la bocca in sé, ma come li uso.
Se penso a me mi identifico con ciò che sento, lo sfregolio delle emozioni, l’impazienza della vita, l’amore che mi commuove e mi procura malinconia.
Non certo per ciò che mi si vede da fuori.
I sogni che mi accendono le giornate, il buio degli occhi chiusi che mi lascia immaginare, mi lascia inventare. È questo quello che vedo di me.
Tu, come mi vedi?

Vi è mai capitato di procurarvi una ferita profonda a tal punto da poterci guardare dentro?
Facendolo ho avuto una specie di vertigine, nausea, malessere, quasi sensazione di mancamento.
Ci ho visto un mondo diverso da come normalmente concepiamo il nostro corpo, dall’esterno. Un insieme di corpuscoli molli, vividi, nauseanti, e che il guardarli mi procurava un dolore profondo, dolore fisico, viscerale, perché ero io. Il mio corpo.

Così diverso dall’immagine che abbiamo delle cose. Immagine da fuori. Vediamo ciò che appariamo fuori.
Identifichiamo le persone attraverso le sensazioni che ci procurano: bello, antipatico, un profumo, un odore, il suono di una voce.
Non proviamo nemmeno ad immaginare ciò che c’è dietro, dentro. Non ci serve, anzi non corrisponde a ciò che vogliamo percepire.

È però lo strumento che ho per comunicare, con altri corpi.
Parole sussurrate, strette di mano, sorrisi, abbracci, forza, lacrime, baci, sono i bit di questa comunicazione. Comunicazione attraverso i corpi, ma tra anime.
Se in questo momento potessi avere qui vicino le persone che mi mancano userei questo linguaggio.
Ma ne ho altri per stare con loro, anche se sono lontani o non ci sono.
Al di là del corpo.

Le necessità di questa giornata

Sto pensando al mio bimbo.
A quanta necessità ho di lui.

Questa mattina partendo da Namche Bazar ho commesso un errore che ancora non mi sono perdonato.
Il peluche che porto con me, e che come un elastico mi tiene legato a casa, l’ho lasciato nella stanza dove ho dormito.
Quando me ne sono accorto le ore di cammino fatto erano tante per tornare indietro, ma so che arriverà con me al campo base.
Per questo ritornerei a Namche Bazar.

Certamente questi periodi di lontananza ci tolgono qualcosa: la presenza fisica, la cura nella contingenza, i giochi insieme.
Forse, però, se il suo papà saprà crescere attraverso le opportunità che queste esperienze gli offrono, potremo anche avere qualcosa: un tempo insieme vissuto con maggiore intensità,  carezze date con diversa sensibilità.

Potrei forse anche raccontargli di come i bambini che vivono così lontani hanno il suo stesso sorriso, giocano, piangono come lui.

E lo racconto anche a noi perché, nessuno escluso, credo dovremmo sentirci tutti papà per ogni bambino.

Khumbu children’s

I bambini del Khumbu hanno gli occhi neri.
Pieni di luce.
Forse perché sono così vicini al cielo.
Quando guardano nell’obiettivo, il telefono va in mille pezzi!

Per loro, come per ogni bambino, la realtà è il gioco.
Vivono non avendo niente, la loro abitudine è l’accontentarsi.
Credo che sia per questo che hanno tutto.
Oggi, come sempre quando sono in questi luoghi, ho le tasche piene di caramelle.
Questo mi permette di godere delle loro grazie, con il desiderio di essere visto come amico.

Che ne sarà del loro futuro?
Potranno avere una vita dignitosa?
Ciò che sarà di questa valle e del Nepal passa necessariamente attraverso di loro.
Forse la domanda da porsi è: verrà data loro la possibilità di andare a scuola, di poter studiare, per riuscire a costruirsi un futuro per la loro società, senza essere costretti a vivere di fatica o di espedienti?

Nel frattempo insistiamo nel volerci bene