Autore: Fabrizio Silvetti

L’insegnante

Insegnare è un mestiere da affrontare con delicatezza. Io provo a scimmiottare quello che so dovrebbe essere, tentando di fare il meglio possibile, senza troppi danni. Sbaglio, mi correggo, ritento nuovamente.

A volte mi demoralizzo. Studio, cerco entusiasmo. Cambio il punto di vista, guardo le cose con gli occhi altrui. Riprovo.

Non cerco di trasferire solo conoscenze, ma di stimolare la curiosità, per una voglia di conoscere che trascende la scuola.

Sicuramente ciò che l’insegnante è, è più importante di ciò che insegna. Essere tu l’esempio di ciò che tenti e ti aspetti da loro. Dei progetti che proponiamo in laboratorio sono io il primo ad innamorarmene, e forse questo è un modo..

L’esperienza della Khumjung Hillary School in Nepal mi ha insegnato a non dare nulla per scontato, che anche la più piccola scoperta, anche senza valore in sé, porta dentro lo stupore che può innescare la voglia di conoscere. Quella che ti accende il desiderio di capire e di riuscire.

Ma mi ha anche fatto capire che se a volte ti sembra tutto tempo perso, anche se non riesci a vedere l’efficacia del tuo sforzo, magari anche per uno studente solo, o per un attimo solo, ne è valsa la pena.

Oggi ho scalato l’Ama Dablam

È una montagna vertiginosa.
Entrarci di notte mi ha emozionato con le sue dimensioni e la sua verticalità.
La sua bellezza è urlata.
L’ho cercata per una seconda volta, ogni volta che alzi lo sguardo in Khumbu lei è sempre lì.
Difficile per le mie capacità, a tratti mi sono fatto un po’ di violenza per insistere.

Pensi che la tua felicità sia dovuta all’averla salita?
Stà lì la felicità?
No, la felicità non te la dà una montagna, devi andartela a prendere ovunque essa sia.

Questa montagna è stata forse un pretesto per essere qui, cercando strade che mi conducano attraverso sentieri fatti di lontananze, di sogni, di solitudini, di bellezza, a sentire forte le mie necessità.
Salire le montagne è un gioco che mi piace e mi fa stare bene, ma sono le persone che fanno la mia esistenza.
Sono un bimbo che cresce e la vita nuova che arriva.

Poi c’è il mio legame con questa gente.
Oggi, mentre scendevo verso il campo base, stravolto dalla stanchezza dopo questa lunga giornata, mi sono visto venire incontro un volto amico.
Era Phurbà, il kitchen boy, l’aiuto cuoco sempre disponibile al campo, che si era fatto un’ora/mezza di salita per venirmi incontro, per offrirmi Coca Cola e cibo, ed ho dovuto insistere per non dare a lui il mio zaino.
In Nepal, tra contraddizioni a volte incomprensibili, c’è un grande cuore.
Voler loro semplicemente bene, loro che per primi ti vogliono bene, non basta.
Voglio fare di più.

Finestre

Ad ogni gradino una inspirazione, al successivo una espirazione, profonde lungo la salita verso Dole, Nepal.
Il respiro lo possiamo lasciare andare al suo incedere involontario, come normalmente, nella nostra confort zone fatta di sicurezze.
Oppure, se vogliamo provare ad aumentare il passo, ad andare oltre, è necessario farlo in modo volontario, mettendoci in gioco, controllandolo e forzandolo.

Così per i sogni.
Possiamo lasciare andare la vita, attraversandola protetti da certezze acquisite, da sicurezze tangibili che accuratamente ci siamo/ci hanno costruito.
Possiamo anche mollare tutte queste mura amiche e guardare l’orizzonte che ci invita, ma che nulla può più garantire.
C’è un passo da fare senza certezza di riuscita.
C’è un respiro profondo da forzare, ad occhi chiusi.
E andare.
Si può perdere, per essere.
Si ha già perso, se non vogliamo provare.

L’amore non segue leggi diverse.
Puoi guardarlo attraverso una finestra riscoperta di ghiaccio, stringerti in una riscaldante abbraccio con te stesso, e rimanere nella confort zone.
Oppure puoi aspettare che il sole sbrini i vetri  e guardare lontano.
Ma poi devi aprire la finestra.

Il mio corpo estraneo

C’è un corpo qui con me (ed io dentro di lui), compagno di vita.. 
Da sempre condividiamo lo spazio e gli umori.
Ma non siamo la stessa cosa.
Mi serve per essere.
Siamo fatti l’uno per l’altro, non lo nego, ma sono più i tradimenti tra noi che le verità.

Io non sono il mio corpo, almeno non solo.
Passiamo il tempo insieme, dobbiamo allearci per i momenti difficili, ma le nostre strade non sono parallele.
Io desidererei essere ovunque io possa vivere ciò che immaginandolo mi fa sentire pienezza, bellezza, intensità, in un tempo unico.
Lui però non me lo permette.
Il mio corpo ha limitazioni che non accetto, nel tempo e nello spazio. Potrebbe anche smettere di vivere, interrompere questa dinamicità, ritornare chissà dove, immobile. Forse per sempre.
Come se, dopo avermi fatto percepire profondità che toccano il cuore, dicesse “scherzavo, ora basta”.

È da tempo che lo osservo e ad ogni sguardo sfugge sempre più alla mia appartenenza. 
A volte mi è capitato di percepire come se io ne fossi al di fuori.
Un involucro con i suoi meccanismi, il respirare, il battito, la digestione, ai quali non posso oppormi. Se si inceppa si ferma.
Ma non è come il meccano, che poi può ripartire.

Se si ferma muore, marcisce.

Me ne prendo cura, mi sforzo di alimentarlo nel migliore dei modi, con sacrifici, lo preparo, l’abituo al peggio perché possa difendersi, lo alleno.
Lo ascolto per poterlo aiutare.
Mi approccio a lui come fosse altro da me.
Una terza persona.

Mi guardo, ma non mi riconosco.
Osservo il mio volto da vicino, nello specchio, ma la fronte, il naso i capelli, non sono i miei. Solo la bocca e gli occhi hanno una vaga somiglianza con me. Ma non gli occhi e la bocca in sé, ma come li uso.
Se penso a me mi identifico con ciò che sento, lo sfregolio delle emozioni, l’impazienza della vita, l’amore che mi commuove e mi procura malinconia.
Non certo per ciò che mi si vede da fuori.
I sogni che mi accendono le giornate, il buio degli occhi chiusi che mi lascia immaginare, mi lascia inventare. È questo quello che vedo di me.
Tu, come mi vedi?

Vi è mai capitato di procurarvi una ferita profonda a tal punto da poterci guardare dentro?
Facendolo ho avuto una specie di vertigine, nausea, malessere, quasi sensazione di mancamento.
Ci ho visto un mondo diverso da come normalmente concepiamo il nostro corpo, dall’esterno. Un insieme di corpuscoli molli, vividi, nauseanti, e che il guardarli mi procurava un dolore profondo, dolore fisico, viscerale, perché ero io. Il mio corpo.

Così diverso dall’immagine che abbiamo delle cose. Immagine da fuori. Vediamo ciò che appariamo fuori.
Identifichiamo le persone attraverso le sensazioni che ci procurano: bello, antipatico, un profumo, un odore, il suono di una voce.
Non proviamo nemmeno ad immaginare ciò che c’è dietro, dentro. Non ci serve, anzi non corrisponde a ciò che vogliamo percepire.

È però lo strumento che ho per comunicare, con altri corpi.
Parole sussurrate, strette di mano, sorrisi, abbracci, forza, lacrime, baci, sono i bit di questa comunicazione. Comunicazione attraverso i corpi, ma tra anime.
Se in questo momento potessi avere qui vicino le persone che mi mancano userei questo linguaggio.
Ma ne ho altri per stare con loro, anche se sono lontani o non ci sono.
Al di là del corpo.

Le necessità di questa giornata

Sto pensando al mio bimbo.
A quanta necessità ho di lui.

Questa mattina partendo da Namche Bazar ho commesso un errore che ancora non mi sono perdonato.
Il peluche che porto con me, e che come un elastico mi tiene legato a casa, l’ho lasciato nella stanza dove ho dormito.
Quando me ne sono accorto le ore di cammino fatto erano tante per tornare indietro, ma so che arriverà con me al campo base.
Per questo ritornerei a Namche Bazar.

Certamente questi periodi di lontananza ci tolgono qualcosa: la presenza fisica, la cura nella contingenza, i giochi insieme.
Forse, però, se il suo papà saprà crescere attraverso le opportunità che queste esperienze gli offrono, potremo anche avere qualcosa: un tempo insieme vissuto con maggiore intensità,  carezze date con diversa sensibilità.

Potrei forse anche raccontargli di come i bambini che vivono così lontani hanno il suo stesso sorriso, giocano, piangono come lui.

E lo racconto anche a noi perché, nessuno escluso, credo dovremmo sentirci tutti papà per ogni bambino.

Khumbu children’s

I bambini del Khumbu hanno gli occhi neri.
Pieni di luce.
Forse perché sono così vicini al cielo.
Quando guardano nell’obiettivo, il telefono va in mille pezzi!

Per loro, come per ogni bambino, la realtà è il gioco.
Vivono non avendo niente, la loro abitudine è l’accontentarsi.
Credo che sia per questo che hanno tutto.
Oggi, come sempre quando sono in questi luoghi, ho le tasche piene di caramelle.
Questo mi permette di godere delle loro grazie, con il desiderio di essere visto come amico.

Che ne sarà del loro futuro?
Potranno avere una vita dignitosa?
Ciò che sarà di questa valle e del Nepal passa necessariamente attraverso di loro.
Forse la domanda da porsi è: verrà data loro la possibilità di andare a scuola, di poter studiare, per riuscire a costruirsi un futuro per la loro società, senza essere costretti a vivere di fatica o di espedienti?

Nel frattempo insistiamo nel volerci bene

Ama Dablam

L’Ama Dablam è solo una montagna,
ed è alta solo 6800m, ed io sono solo un alpinista mediocre, e sono solo.
Ho però molto entusiasmo in ciò che faccio perché è la mia vita.
Vorrei fosse sempre intensa, profonda.

La vita, la tua, non può essere vissuta se non con pieno entusiasmo.
Altrimenti si perde..

Nepal

Il Nepal è dietro l’angolo.
Ne ho legami, affetti, predilezione.
C’è l’entusiasmo dei sogni nell’organizzare un progetto che vivrai condividendolo con i ragazzi di quei luoghi.
Il tempo in cui stiamo predisponendo i dispositivi,  che saranno l’occasione per il progetto educativo, è un tempo di attesa, che già è carico di questo entusiasmo…

Khumjung

Khumjung è un villaggio dai tetti verdi, nella valle del Khumbu. In fronte all’Ama Dablam.
L’unica scuola superiore di quella regione del Nepal è lì.
È un posto che immagino magico dove insegnare il coding.
Questo progetto che, covid permettendo, andrò a realizzare in autunno, ha una doppia valenza.
Per ragazze e ragazzi della scuola una piccola opportunità in più, per me un’immenso arricchimento.
Ogni progetto ha però necessità di qualche amico che, credendoci, si metta in gioco.
Max di Agree srl, senza pensarci troppo, ha messo a disposizione tutto il materiale tecnologico, microcomputer, dispositivi a microcontrollore e tutto ciò che serve.
È solo uno dei passi necessari, ma è stato compiuto.

Da un po’ ci penso, e, covid permettendo, ho deciso. In accordo con il suo dirigente farò un breve periodo di insegnamento, coding e making utilizzando microcomputer e dispositivi a microcontrollore.
Attrezzatura che poi lascierò alla Khumjung High School.

Ne vale la pena

Gasherbrum 2, 2011

“Cara Mamma,
so di certo che il tratto di vita che sto vivendo ti procura apprensione e preoccupazioni.
Nemmeno voglio nascondere che è stata questa una decisione che non può che complicarti ulteriormente la vita.
Proviamo però, invece che a valutare e analizzare le oggettive difficoltà, a considerare ciò che sto vivendo.
Le giornate qui non è che semplicemente “trascorrono”.
Le giornate che sto vivendo sono come fatte di un concentrato di emozioni, dove non mi è dato di guardarle da lontano, ma sono obbligato in ogni minuto ad esserci dentro.
Le giornate qui sono piene fino all’orlo di entusiasmo, bellezza, fatica e profondità.
Misurandomi scopro ogni giorno di realizzare un po’ di quello che sono.
Non c’è un vero perchè nel fare queste cose.
Il perchè lo scopri sentendo a tratti che questa è un po’ della tua ‘inconfondibile’ vita.